Femminile plurale globale
Mi pare di notare per la strada un preoccupante aumento di facce femminili deformate da protesi e da maldestri interventi sottocutanei: chirurgia estetica , insomma. Non parlo di ritocchini migliorativi sparsi qua e là sui volti delle passanti, ma della nascita di una precisa categoria di persone: donne ben riconoscibili ad occhio nudo per aver sacrificato se stesse alla dea Chirurgia.
Il fenomeno assume contorni drammatici. Persone dal volto deformato, dalle sembianze spaventose, che a rughe e cedimenti dei tessuti - quelle cose normali che accompagnano la crescita di un essere umano insomma, e che possono senz'altro andare d'accordo con la bellezza ma solo se l'essere umano è capace di accettarle e di coglierne il valore - hanno preferito quell'aspetto che abbiamo ben presente: quello dei volti-canotti, che di certo non sono belli, e di certo nemmeno mistificano l'età della proprietaria, dato che per qualche ragione l'età è perfettamente riconoscibile dallo sguardo di una persona indipendentemente dal resto.
Quale vantaggio? Dal punto di vista estetico, senz'altro nessuno. È ipotizzabile allora che l'obiettivo di chi si sottopone a queste torture è quello di mascherarsi, creare una nuova sé, annullare il proprio vero io. Se è così, allora quello del dilagare senza freni della chirurgia estetica deve essere riconosciuto come il sintomo di un problema sociale - che ha a che fare con la percezione che abbiamo di noi stessi, con l'incapacità di riconoscere la nostra identità - e come tale va trattato.
Di certo non sarà il timore di danneggiare economicamente una categoria professionale - quella dei chirurghi estetici - che da questo problema continua a trarre indisturbato profitto a impedire di vedere la questione sotto la giusta prospettiva. O forse sì?
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