Femminile plurale globale
Recenti fatti di cronaca riportano l'attenzione sulla questione del lecito ed illecito per quanto riguarda la generazione della vita: fino a dove possono essere assecondati i desideri di maternità e paternità, se la scienza è in grado di farlo? Qual è il confine tra "rispetto" per la vita che arriva e rispetto per la persona che desidera generarla? Esiste poi questo confine?
In questi giorni le vicende di cronaca portano la nostra attenzione, ancora una volta, sulla questione dell'età dei genitori: una coppia di medici, 60 anni lei e 72 lui, hanno messo al mondo un bambino dopo 27 anni di tentativi falliti e frustrazione.
La riflessione si genera dunque dall'incontro tra il punto di vista di chi pensa che le condizioni in cui questa nuova vita è stata messa al mondo siano troppo innaturali per essere lecite; e quello di chi pensa che ognuno abbia il diritto di mettere al mondo un figlio se lo desidera e se la scienza è in grado di aiutarlo.
Sulla 27ora, Simona Ravizza conclude il suo articolo chiedendosi se la soluzione non sia lasciare ciascuno libero di decidere per sé.
Ripercorsi i vari aspetti della questione, elencate le diverse possibili posizioni, l'unica conclusione che riesco a concepire è la sospensione del giudizio. Mi astengo. Come è possibile stabilire quale di queste opzioni è quella giusta ed essere sicuri di non esserci sbagliati? Ce n'è una giusta poi? Qual è il limite della libertà individuale? Come facciamo a stabilire quali sono le condizioni alle quali "vale la pena di essere messi al mondo"? Non si tratta forse di questioni troppo più grandi di noi per poter arrivare ad una conclusione certa?
È paradossale: la natura crea l'uomo, gli attribuisce determinate possibilità e lo pone davanti a questioni alle quali egli non è in grado di rispondere. L'uomo, tuttavia, quelle possibilità che la natura gli ha negato riesce a crearsele da solo. Ma con esse gli si aprono nuove, ulteriori domande. Tutte e sempre senza una risposta.
(L'immagine è presa da flickr)
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