Femminile plurale globale
Qualche giorno fa si è tenuto a Roma il casting "Ciao Magre", per reclutare le modelle cosiddette "taglie forti": dalla 46 in su. Il successo di questo appuntamento - che ha visto una partecipazione nutrita - viene salutato con entusiasmo come segnale del fatto che nella lotta ai modelli di bellezza scheletrica qualcosa si sta muovendo.
Altri segnali sono l'attenzione crescente da parte del mondo dei media e della moda verso questo tema (ne è un esempio il servizio di Vogue di qualche settimana fa), e la nuova "fascia" del concorso Miss Italia che verrà inaugurata quest'anno: quella di Miss Curve.
Indubbiamente il segnale positivo c'è, e non solo per chi desidera "fare la modella", ma per tutte coloro che portano la 46 o di più.
Tuttavia, c'è forse anche un'altra domanda che sarebbe giusto porsi: ma come mai così tante ragazze vogliono ad ogni costo fare le modelle - magre o forti che siano?
Si tratta di un lavoro stressante e precario come tanti, non molto pagato (se non ai livelli altissimi che solo poche raggiungono) e che non può durare più di qualche anno.
Non è che forse, in fondo in fondo, più che un'ambizione strettamente professionale, si tratta di un segno della debole autostima delle ragazze (così come dei ragazzi) di oggi, che per sentirsi sufficientemente belle e quindi a posto in un mondo in cui l'omologazione dell'immagine è condicio sine qua non, hanno bisogno dell'approvazione di un'agenzia di moda?
Forse più utile ancora sarebbe cercare di smitizzare la figura delle modelle e il valore dei canoni - qualunque essi siano - che portano con sè: le modelle sono una categoria professionale che indossa vestiti e risponde a determinati requisiti per valorizzare il prodotto che promuove, cioè gli abiti.
Forse potrebbe essere utile, così come accade sulle scatole di alcuni prodotti alimentari, applicare sulle passerelle e in coda ai servizi fotografici la scritta: "l'immagine mostrata ha il solo scopo di presentare il prodotto".
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